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30 novembre 2010
Donne seminude e animali morti
La moda, si sa, riflette gli andamenti del costume, le richieste del mercato. Ma in parte fa anche “push” di stile, sulla spinta dell’ esigenza di ampliare il profitto, o le fette di mercato.
Ricordo che negli anni ’80 la pelliccia era ormai considerata “out”, le signore eleganti sfoggiavano magnifici cappotti di lana e lussuose quanto variopinte pellicce ecologiche. Quelle che ancora si ostinavano ad andare in giro goffamente avvolte in pellicce, tenute aperte sul davanti perchè erano decisamente troppo calde per i nostri inverni, venivano guardate con un certo sussiego, e magari con qualche risolino di scherno apostrofate come “cafone”.
Cosa è successo in questi anni? Ci siamo forse troppo abituati alle guerre, alle stragi, alle torture, alle fanciulle che tornano con disinvoltura al sesso a pagamento?
Forse è questo che ci ha portato alla nuova moda.
Passerella di moda, una sfilata come tante su qualche canale tv. Donne seminude, abbigliate con un po’ di lingerie, che portano addosso pezzi di animali morti: pellicce. Forse a ricordare che la dignità femminile è finita senza pietà, come la vita delle bestioline allevate solo per farne orpelli della loro nudità.
pellicce moda
| inviato da amaliavetromile il 30/11/2010 alle 0:54 | |
28 luglio 2010
Il padrone di casa
Atto unico di Amalia Vetromile
Le luci di sala si spengono, un grande occhio di bue illumina il sipario ancora chiuso, si intravede una coda e poi, in piena luce, si presenta sornione, strusciandosi sul pesante velluto rosso: «Gentili spettatori, benvenuti! Immaginate di essere sui tetti, nella notte, una falce di luna splendente illumina i miei occhi. Sono Gerry - magnfico esemplare di appassionato gatto dominante impaurito dalla sua stessa ombra – un bel pelo grigio striato di nero e due occhi che possono far innamorare chiunque mi sfiori con lo sguardo.
Ho una micia, nata pariolina, di buona famiglia – ma secondo me la sua mamma era una gatta di strada e del suo papà se ne sono perse le tracce da tempo. Si chiama Principessa, puah! Menomale che poi abbreviato il suo nome è solo Princi. Grassa, molto bulimica. Mangerebbe in continuazione – per poi vomitare subito – e per colpa sua la mia Umana e le mie tate sono costrette a darmi da mangiare ogni tanto, senza mai lasciarmi un’abbondante ciotola di croccantini sempre a disposizione. Uff!
Io invece, che sono nato povero, so bene come comportarmi. Anche perchè ho avuto la gastroenterite per mesi, allorquando dalle sponde del Tevere mi hanno portato in questa casa, un po’ piccola in verità e senza alberi, ma nonostante tutto abbastanza confortevole».
Gerry tralascia il dettaglio delle sue origini. Era arrivato a rubacchiare, sotto una tavolata imbandita lungo il fiume, un pezzetto di prosciutto caduto a qualche ragazzino: magro e spelacchiato, due grandissime orecchie e gli occhi - quelli che oggi sono i più begli occhi felini innamorati che si siamo mai visti in circolazione - completamente chiusi per un’infezione. In realtà era stato chiamato Geronimo, per il suo coraggio proverbiale – era ed è tuttora terrorizzato dal più piccolo rumore – ma come sempre accade il suo nome divenne presto Gerry.
Il sipario si apre, in fondo alla scena, in penombra, una grande finestra sugli alberi tra le cui fronde fa capolino la luna, un pianoforte a coda aperto e una figura di donna di profilo, seduta con il capo reclinato sulla tastiera.
Gerry va verso la donna e indicandola prosegue: «La mia Umana si chiama Speranza e, ironia della sorte, si è disperata un po’ nei primi mesi, perché sporcavo dovunque, mi ha portato da un sacco di pediatri, ooppsss pardon veterinari, e nessuno riusciva a curarmi, finchè quello che poi è diventato il nostro dottore (intendo mio e di quella cicciona di Princi) mi ha semplicemente cambiato la dieta. Beh, insomma, Speranza era un po’ seccata perchè doveva cucinare tutte le settimane per me, congelare in piccole dosi, e via discorrendo.
Ma ne valeva la pena, ha avuto una gran fortuna ad incontrarmi! Come potrebbe sorridere senza di me? Ad esempio, un giorno terrribile è arrivata a casa, ha chiuso l’uscio alle sue spalle e ha pianto sul pianoforte. Ho dovuto faticare sette pellicce per consolarla: mi sono strusciato un po’ sulle sue gambe, poi sono saltato sulla tastiera (Ah! Che terribili suoni venivano fuori ad ogni mio passo, che spavento!) e ho cominciato a darle testate, finchè le si sono asciugate le lacrime e le ho strappato un sorriso. Solo allora, finalmente traquillo, ho potuto dedicarmi alla mia toletta con fare noncurante, sbirciandola ogni tanto con la coda dell’occhio. Sì, era di nuovo sorridente; effetto della mia irresistibile bellezza!».
Gerry si ferma sotto la sua luce, ha un bisogno impellente di fare un po’ di toletta e poi forse domani cambierà il tempo, è bene passare la zampa anche sopra l’orecchio sinistro; un modo come un altro per avvisare la sua Umana che domani farebbe meglio a portare l’ombrello nelle sue corse quotidiane di qua e di là (Ah! Sempre in giro Speranza!). Continua a lucidarsi il pelo che risplende sotto le luci, sa benissimo di essere affascinante in quella posa e adora farsi ammirare.
Da sotto al pianoforte esce timorosa e caracollante una gatta tonda, quasi una palla, con un faccino delizioso. Ha gli stessi colori di Gerry e i suoi stessi occhi, ma è tigrata e lo sguardo è sempre un po’ spaventato. Guardinga, ma soprattutto avendo cura di non essere ascoltata da Gerry, viene avanti entrando in una piccola luce e si presenta: «Sono Principessa, un po’ in carne ma non è colpa mia, l’Umana di Gerry mi tiene costantemente a stecchetto e anche se io aspetto sempre che Lui lasci qualche avanzo per correre di soppiatto a mangiare qualcosa in più, non è mai così tanto. E poi il cibo mi consola, sono arrivata seconda e Gerry mi aveva fatto una guerra feroce, nella prima settimana in cui ero arrivata a casa – piccolo pulcino di non ancora due mesi – soffiandomi in faccia tutto il suo disprezzo e disappunto per farmi capire che non ero prevista in quella casa. Proprio no: che andassi a rintanarmi negli angoli!
Ah! Che fastidio provava quando l’Umana mi prendeva in braccio per proteggermi. Di nascosto da lei mi minacciava: ‘Vedrai - mi ringhiava tra i denti – avrai vita difficile, tanto Speranza spesso non è in casa e allora ... ‘. E infatti ancora oggi, dopo quasi nove anni, Gerry, il capo di casa, sembra molto affaticato nei pomeriggi sonnecchianti, dopo avermi rincorsa, come ogni mattina, per farmi fare atto di sottomissione. Se ne approfitta di me, solo perché sono un po’ grassa e un tantino bulimica. Veramente un ingrato, se solo penso che quando si è buttato giù dal terzo piano – sciocco gatto vanesio che pensa di essere superman – a rincorrere chissà quale piccione, sono stata io, con i miei pianti insistenti a far capire a Speranza, l’Umana, che quella stupida bestia era caduta di sotto».
Nel mentre Gerry ha finito la sua toletta, va a strusciarsi sulle gambe della donna al pianoforte e riflette ad alta voce: «Vita non facile, quella da gatto padrone di casa, sempre intento a cercare il posto più comodo purchè vicino a Speranza; la tastiera del piccì, il giornale appena aperto, il tappeto sul quale distendermi in tutta la mia lunghezza – pancia in su per ricevere meglio le coccole – e la mia bellezza: un metro di gatto! E poi le rimostranze per le assenze. Che fatica!».
La donna alza il capo dalla tastiera del pianoforte e rivolta a Gerry: «Ohibò! Quando torno da un viaggio tu sei sempre di spalle, con aria sdegnosa, facendo finta di niente, con l’aria da povero gatto orfano abbandonato e affamato, nonostante le tate che si prendono cura di voi! ».
La donna si apre in un sorriso e mentre accenna un preludio di Chopin, in piena luce, continua: «Ti ricordi Gerry, quando ti ho riportato a casa dopo la caduta? Bisognava attendere e sperare: ‘Adda passà ‘a nuttata’ aveva detto il veterinario. Abbiamo aspettato, quella notte e altri sette giorni, mentre languivi su un plaid sul pavimento della cucina. Poi una sera ti sei trascinato fino ai miei piedi e hai allungato una zampa. Scene da “Libro Cuore”!».
Princi salta sul pianoforte e rimane in bilico, ma ferma. In fondo è un po’ l’eroina della storia.
La donna sfuma le ultime note e reclina di nuovo il capo sulla tastiera.
Le luci si spengono, resta solo illuminata la grande finestra con la luna; l’occhio di bue segue Gerry mentre va verso il proscenio, fa un po’ di toletta, poi si siede in posizione di applauso, arrotolando la coda davanti alle zampe: «Ah! Le Umane e le gatte! Chi le capisce è bravo!». Sipario.
gatti
teatro
narrazione
| inviato da amaliavetromile il 28/7/2010 alle 2:58 | |
29 luglio 2008
Appunti dall’astronave, ovvero il coraggio di cambiare e capitalizzare le esperienze.
Tutti abbiamo dei comportamenti “abitudinari”; la consuetudine rassicura, i percorsi quotidiani, gli appuntamenti delle vacanze o delle feste di Natale, la nostra casa confortevole, il ruolo aziendale consolidato, il nostro modo di procedere nel lavoro e nel rapportarci con colleghi e clienti ci rende confortevole e forse meno stressante la giornata. Eppure ogni tanto bisogna avere il coraggio di cambiare, saltare su un’astronave invitante di cui si conosce solo la forma esteriore, l’itineriario solo per “sentito dire” e i volti dei possibili compagni di viaggio unicamente immaginati attraverso veloci conversazioni telefoniche o al massimo in fugaci meeting in videoconference.
Solo così si può intraprendere un nuovo meraviglioso viaggio, non un altro giro di giostra, ma piuttosto il percorso affascinante condotto sulla traiettoria di una spirale, che ci porta a fare un bel salto quantico. Spesso non si tratta solo di cambiare azienda, o colleghi, o “core business” da realizzare; il cambiamento ci può trovare anche a rivestire nuovi ruoli - nei quali trovare anche un nuovo assettto professionale - facendo tesoro della propria esperienza e nel contempo avendo l’umiltà e il coraggio di sperimentare nuovi comportamenti professionali.
Questo “viaggio” l’attore lo conosce bene, infatti non si ferma mai nella ricerca di nuove sfumature, è animato da una sorta di umiltà che lo induce a scoprire sempre nuove possibilità, altri dettagli, nuovi orizzonti in se stesso e nei propri personaggi. Per questo l’attore non può fossilizzarsi, deve andare oltre il suo cliché. L’attore esiste, qui ed ora, indipendentemente dal suo personaggio, che invece vive solo per il lasso di tempo in cui l’artista gli dona il suo soffio vitale. La scuola del teatro può dunque rappresentare una via per allenarsi al cambiamento, la prevenzione dalla identificazione della persona con il ruolo: l’attore sopravvive al suo personaggio, la persona sopravvive all’executive, al dirigente, al professionista. Immaginate molte case e dentro una di esse una quantità di stanze e nelle stanze una quantità di armadi, di cassetti, con una quantità di scatole e scatolette. Nella scatoletta più piccola ci sono delle perline ( Stanislavskij. Il lavoro dell’attore su se stesso). Le perle variopinte sono il segreto creativo con cui colorare la personalità dell’eroe nel dramma, così da dargli la vivacità e la tensione della vita reale.
Così nella vita, una volta trovato il coraggio di abbandonare il sicuro rifugio di comportamenti e luoghi noti - corazze e cliché comportamentali – si è pronti per il nuovo salto quantico, attraverso il percorso di crescita a spirale, con la creatvità e la cosapevolezza pronti ad affrontare nuove realtà professionali e personali, portando con sè il bagaglio delle passate esperienze che costituiscono una forza da tirar fuori quando necessario.
Un attore, infatti, potrà talvolta utilizzare quelle che sa essere emozioni e forme espressive di sicuro effetto sul pubblico, ma lo farà consapevolmente e senza indugiare oltre il limite adeguato e senza, soprattutto, rinunciare a cercare espressioni più adatte a quelle che il personaggio e la messa in scena richiedono.
Gli uomini, in arte, non s’incontrano per caso. C’è chi arde dal desiderio di partecipare le proprie esperienze, e chi vuole andare avanti; è impossibile restare fermi perché le forze interiori diventano più robuste e cercano nuove vie per esprimersi in azione creativa. Mio padre mi diceva: impara ad essere ricco. Ed io vi dico: imparate ad essere famosi (se la sorte vi ha destinato un tale lusso). È una
scelta difficile. Grazie. Stanislavskij che vi ama. 27 febbraio 1922.(Stanislavskij, Lezioni al Teatro Bol’soj).
| inviato da amaliavetromile il 29/7/2008 alle 23:22 | |
7 giugno 2008
Il calderone del bene e del male
I vecchi detti popolari, le antiche frasi che risuonavano nelle cucine delle nonne, provengono forse da ritagli di ricordi di antiche saggezze, di antichi percorsi di iniziazione, processi alchemici che combinavano nello stesso pentolone fumante il bene e il male, per giungere – attraverso l’azione di catalizzazione della pietra filosofale – alla produzione dell’oro.
C’è una vecchia frase che si ripeteva nella mia famiglia, quando ero bambina: «Il Signore manda le prove e poi invia la forza per superarle!». Mi chiedo da quale sapienza antica provengano queste parole, che ad una lettura superficiale sembrano indulgere verso la santificazione della sofferenza. Nasconde invece la saggezza dell’accettazione della realtà, che spesso è foriera di nuovo senso e crescita personale.
A che serve resistere – dannarsi, disperarsi, non accettare – un dolore ineluttabile, la frattura di un arto o la sconfitta in una competizione, ad esempio, contro la cui evidente tangibile realtà non possiamo fare altro, a parte cercare una possibile soluzione, e trovare il modo migliore per vivere qui ed ora la nostra vita appieno, convivendo con la ferita. Rimanere fermi nella propria disperazione è figlio della nostra rigidità, del volere a tutti i costi aggrapparsi ad una realtà che non può più essere. Inevitabilmente stiamo evolvendo verso uno stadio diverso. Quale progresso scientifico ci sarebbe mai stato, senza lo stupore creativo degli scienziati aperti ad osservare - con mente sgombra e non attaccata a preconcetti – un fenomeno non ancora noto né definito da alcuna equazione matematica?
La pazienza nel dolore apre le porte della gioia, è un processo creativo silenzioso che si fa strada nell’apparente immobilità stupita – quasi tramortita – che segue ad una perdita. L’intelligenza del corpo e/o quella del cuore, quando si consente loro di farsi ascoltare, sanno quanta pazienza serve a superare la prova e la utilizzano in silenzio, come seme sotto la terra, a far dischiudere nuovi fiori. Il bene e il male operano insieme nella nostra calma creativa del qui ed ora. E la pazienza, inspiegabilmente, meravigliosamente, giunge commensurata all’entità del dolore, quasi che il nostro corpo sappia già quanto tempo serve a recuperare le forze per un nuovo “salto quantico”.
Lasciare che il dolore faccia il suo percorso e rendersi disponibili ad una trasformazione significa anche vivere pienamente e con quanta più gioia possibile ogni momento della nostra vita, attingendo sempre ai segreti insegnamenti passati attraverso la parola di antichi genitori. Così, la frase religiosa che induceva ad accettare le sofferenze si accostava con leggerezza ad un’altra, che suggeriva di assaporare ogni momento della vita: «Ma tu quant’anne vuò campà?» riportando alla memoria ricordi di passate generazioni nelle notte carnascialesche dei solstizi in cui tutto era permesso.
Ed ecco che dal calderone emerge l’oro della rinascita a nuovo giorno con nuova vita e occhi scintillanti, dove il bisogno lascia il posto al desiderio e la sana competizione abbandona il terreno del conflitto, potendo finalmente concedersi di abbracciare senza perdersi nella fusione con un'altra persona, concedendosi un sano «Chi song’io e chi sì tu!» - ricordo di antichi “facciaffrunti” – che non compromettevano l’amore.
| inviato da amaliavetromile il 7/6/2008 alle 19:18 | |
19 maggio 2008
Alternanza: regole di mercato e democrazia
Le aziende che operano sul mercato sono abituate all’alternanza; i fornitori che si rivolgono al mercato della Pubblica Amministrazione partecipano alle gare di appalto, che si svolgono sulla base di normative europee e della legge dello Stato. A volte le vincono, altre volte le perdono, questa è una spinta a mantenere alto il livello qualitativo delle loro offerte, dei progetti, la soddisfazione del cliente. Le persone che operano sul mercato, all’interno di queste organizzazioni, trovano normale lavorare con questo o quel cliente, con questo o l’altro partner. E’ il gioco normale della competizione di mercato, si formano raggruppamenti di Impresa, anche con competitor abituali, nel rispetto di regole condivise. Ma un conto sono i raggruppamenti di impresa, altro sono i “cartelli” – dichiarati o “sotto banco” - che paralizzano il mercato.
Perdere una gara d’appalto genererà sicuramente un dolore, magari anche una perdita di profitto, ma può rappresentare un momento di crescita, laddove l’azienda si chiederà come migliorare la propria offerta, quali processi devono essere innovati per essere più competitivi, e se magari sia il caso di ingaggiare nuove professionalità per affrontare un mercato che cambia. Sono le regole del mercato. La sana competizione tra aziende che operano su uno stesso mercato non genera conflitto, perché si basa su regole condivise.
Portandosi sulla scena politica non dovrebbe essere molto diverso, purché, appunto, la competizione – e di conseguenza l’alternanza degli schieramenti – rappresenti uno stimolo a migliorare, a garantire la soddisfazione dei cittadini; purché si rispettino le regole e non si faccia “cartello”, purché soprattutto si rispettino le leggi. Queste sono le regole della democrazia.
Dunque chi ha vinto deve portare il suo progetto politico, e chi ha perso farà la sua opposizione – ovvero vivere con serenità la competizione - che non può e non deve essere ostruzionismo – alla base del conflitto - ma anzi piuttosto uno stimolo a migliorarsi, a chiedersi le ragioni della sconfitta, a fare un’attenta analisi per portare innovazione di idee, di processi e di contributi.
Nella consapevolezza che, così come la competizione tra aziende rende vivo e sano il mercato, solo la diversità di opinioni e la pluralità di idee e di proposte, sono garanzia di democrazia.
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